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Memorie Resistenti

Manganello e olio di ricino
[Mio nonno]l'han portato là, l'hanno preso...in quattro lo tenevano, uno teneva l'imbuto...il ragazzo doveva tenere l'imbuto e uno ci versava giù...sa cos'è un bottiglione? Sa cos'è? Di olio di ricino. Gliel'hanno fatto bere tutto, poi poverino non poteva più mangiare... sempre diarrea, sempre diarrea. (Mina Callegari)

Nascondere, curare, sfamare: il lavoro delle donne tra famiglia e lotta
Erano ragazze come tante, ma per i motivi più o più naturali, hanno messo in gioco la propria vita per sostenere quell'immenso sforzo popolare che fu la Resistenza. Oggi raccontano la loro - e la nostra - storia.

L'attività di nascondere, ospitare, sfamare, proteggere, il «maternage di massa» continuerà nei venti mesi successivi, e sarà fonte di salvezza per moltissimi «ribelli». A farsene carico saranno le madri di famiglia, le razdure nelle case di campagna, le impiegate in città le ragazze dei comuni di montagna.
Una volta sono arrivati i fascisti, e c'erano i partigiani in casa mia. C'è stato il fuggi-fuggi, ma uno aveva una gamba tagliata, era ferito, non poteva scappare. Gli ho detto: «Nasconditi lì, sotto casa, nella latrina» perchè se no lo prendevano subito, magari lo ammazzavano. Io mi sono messa davanti a lui. Un fascista entra dentro, si affaccia così, e io faccio: «Ehi!» e allora è andato via. Il ragazzo ce l'avevo dietro la schiena e io facevo finta di... va be' hai capito. Quando sono uscita fuori gli ho detto: «Se vuoi andare a vedere adesso che ho finito...» e lui se ne è andato da un'altra parte insultandomi. (Pierina Bussandri)

Il rischio e la paura.
Erano momenti di terrore... sempre con la paura che ci assaltassero, perchè c'era anche la gente che faceva la spia...
E mancano ancora diverse voci: quelle delle donne che non sono state così fortunate da sopravvivere a pestaggi, torture, catture. Dodici sono le partigiane riconosciute cadute, disperse, trucidate in provincia di Piacenza. Tutte ragazze giovanissime, tra i sedici e i ventotto anni, come le già citate Maria Macellari «Carma» di Bobbio, partita in missione di staffetta e mai più tornata, e Lidia Gandolfi [ndr: nella foto], della quale la cognata ricorda la morte
Mia cognata, di ventiquattro anni, quando l'hanno vista l'hanno portata di sopra e l'hanno violentata quasi tutti. Aveva una gamba nera, che sembrava fosse stata rotta[...]. Lei è andata in una casa, ha bussato alla porta ma non sapeva che c'erano i tedeschi, stavano lì a fare colazione, alla Ciocca. Lei ha picchiato la porta e quando l'hanno vista hanno detto a quei signori: «La conoscete?» e loro hanno detto di no. Potevano dire: «Sì è una nostra amica, è venuta a trovarci, invece loro hanno detto «No, non l'abbiamo mai vista». Allora l'hanno portata di sopra.

Iara Meloni
Iara Meloni ha conseguito la laurea magistrale in Scienze storiche presso l'Università di Bologna con una tesi sulla Resistenza femminile in Provincia di Piacenza, vincitrice nel 2013 del premio «Diana Sabbi» È da tale lavoro di ricerca che hanno avuto origine questo libro e la narrazione teatrale La S minuscola. Vive e lavora a Piacenza, dove collabora con il Museo della Resistenza Piacentina nella ricerca e nella progettazione didattica.


Tratto da Memorie Resistenti di Iara Meloni - ed. Le Piccole Pagine
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