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Alfredo Borotti

La sera del 21 marzo 1945 i detenuti delle carceri giudiziarie di Piacenza vedono un torpedone arrivare nel cortile e numerosi fascisti che si preparano a partire.
Tra di loro c'é Alfredo. Alfredo è un impiegato della Camera di Commercio di Piacenza, mutilato d'un braccio; si era iscritto a vent'anni al Partito Comunista e aveva iniziato subito l'attività antifascista. Quando il partito stampava i propri giornali clandestini, Alfredo ha offerto la sua casa da utilizzare come tipografia. Inoltre ha fatto da staffetta e garantito i collegamenti tra Piacenza e la montagna.Proprio per questo lo scoprirono e lo arrestarono in febbraio a Campremoldo e suo papà ricorderà per sempre i metodi "inumani e bestiali" degli uomini dell'UPI. Ed ora, gli agenti dell'UPI prelevano dalle loro celle nove compagni insieme con Alfredo: Fabio Camozzi 24 anni, Gino della Riva 19 anni, Gerolamo Fava 22 anni, Adelmo Fiorani 38 anni, Francesco e Luigi Manfroni di 32 e 28 anni, Fulvio Martucci, Armando Merlini, Armando Zanon 20 anni. - Dovete andare a lavorare - gli dicono, ma qualcosa non quadra: L'orario innanzitutto, e poi i militari mettono a tutti le manette ai polsi.
Alfredo capisce al volo cosa sta succedendo e prima che lo spintonassero fuori dalla sua cella lascia cadere un biglietto. Un suo compagno lo vede e, appena può, lo raccoglie e lo legge:
"Per la famiglia Borotti, Via San Marco 28 - Cara mamma, caro papà, cari fratelli, care sorelle, cari parenti tutti, quando riceverete questo mio scritto sarò già stato ammazzato, sono calmo, non credevo mai di essere così calmo nell'ora del supremo sacrificio. Mamma cara, cerca di sopportare il grande dolore che ti arreco e baciami i parenti e Pierino. Vostro che mai più vi rivedrà. Alfredo 21/03/1945.
I detenuti vengono portati nel cortile, e poi vengono fatti salire sul torpedone, gli altri compagni ancora nelle celle protestano duramente picchiando i bicchieri contro le sbarre delle finestre. Uno dei fratelli Manfroni, che abitava proprio in una casa adiacente al carcere chiede di poter salutare un'ultima volta i suoi famigliari. La richiesta viene respinta, allora in un tentativo inutile di salvare il fratello dice: - Cosa abbiamo fatto di male per essere stati partigiani, anzi mio fratello non è neanche partigiano. Intanto i torpedoni erano già arrivati al cimitero, triste luogo nel quale di solito venivano effettuate le esecuzioni.
Proprio in quell'istante passa "Pippo", così veniva chiamato un piccolo aereo degli alleati.
"Pippo" sgancia alcuni proiettili e in questo modo crea confusione nel plotone di esecuzione e anche un po' di speranza vana nei partigiani. Ben presto l'areoplanino se ne va e tutto torna come prima, il tragico destino si compie e i giovani vengono fucilati all'interno del muro di cinta del cimitero. Il mattino dopo il giornalista Gulio Cattivelli, che si trovava a piacenza ricorda:
Il giorno dopo, escono i manifesti sui muri. Nessuno li ha visti affiggere, sono ancora viscidi di colla, ributtanti, anonimi. Nessuna intestazione, nessuna firma, neppure il nome della tipografia. Eppure la città è piena d'armati, di bombe a mano, di mitraglie, di filo spinato, di posti di blocco, cento divise differenti e un arsenale di munizioni contro una folla inerme. Che cosa temono dunque le autorità "legali"?. Forse, sembra strano, hanno paura solo degli sguardi: degli occhi di quella stessa folla di donne con la borsa della spesa, di bimbi con i libri sotto il braccio, di uomini con la penna stilografica o con gli attrezzi del mestiere che escono il mattino per la strada e si fermano senza parlare davanti alle macchie viscide. Leggono, non fanno commenti, non possono farne. Ma alzano gli occhi. Non si può spegnere, accecare, imprigionare uno sguardo. Eppure quegli sguardi sono più forti del mitra, delle bombe, dei pugnali. E i militi delle brigate nere tirano via indifferenti abbassando lo sguardo. Un urlo, un grido lacerante di donna nella piaza chiara di sole. Non tutti possono tacere, è una ragazza giovane, con gli occhi azzurri di piccola madonna nel viso bianco. Veniva dalla campagna per chiedere notizie del fratello arrestato, non sapeva nulla. Ha visto la gente ferma, si è avvicinata, ha letto il nome sul manifesto. "La sentenza è stata eseguita". Continua a gridare come un'invasata. Nella folla accorsa passa un fremito sordo, una ventata di esasperazione. Arrivano due uomini in divisa, afferrano brutalmente la ragazza, la portano via, la gente pallida guarda i propri pugni disarmati. Qualcuno mormora sottovoce... "Non finirà più?"



Pagina scritta in HTML da Attilio Bongiorni - Giugno 2009
bibliografia: Piacenza Liberata di Ermanno Mariani edizioni Pontegobbo
Piacenza nella lotta di Liberazione di di Anna Chiapponi editore Tipografia Nazionale di Piacenza
nelle foto dall'alto: Alfredo Borotti, Manfroni Francesco e Manfroni Luigi, Martucci Fulvio e Merlini Armando
fotografie dell'archivio MRP
Video



Pagina fatta in Html e PHP da Attilio Bongiorni