Un inizio disastroso:
Circondato da uomini feriti e spaventati che imploravano la resa e credendosi lui stesso in
punto di morte, il Che si abbandonò alla sua debolezza, ma Juan Almeida lo strappò a quel
languore gridandogli di alzarsi e correre. Unitosi a lui e ad altri tre uomini, il Che corse
nella giungla lasciandosi alle spalle il crepitio del campo di canne che bruciava tra le fiamme.
Il Che era stato fortunato: la ferita al collo era solo superficiale. Sebbene alcuni dei suoi
compagni si fossero salvati, nei giorni seguenti le truppe di Batista fecero un'esecuzione
sommaria di molti degli uomini presi prigionieri, inclusi i feriti, e persino quelli che si erano
arresi.
Per i sopravvisuti dispersi l'unica via di salvezza consisteva nel carcare rifugio tra
le montagne e nel tentare di riunirsi agli altri. Degli ottantadue uomini sbarcati dal
Granma, alla fine solo ventidue si sarebbero ritrovati nella sierra.
Il procuratore generale:
Il 4 gennaio, Carlos Franqui si separò dalla compagnia di Fidel che avanzava nella
regione di Camagüey, e raggiunse l'Avana. Trovò la capitale trasformata.
La tetra fortezza di Camp Columbia, madre della tirannia e del crimine, che io avevo conosciuto
in veste di prigioniero, sembrava ora un teatro pittoresco, è impossibile da immaginare.
Da una parte c'erano i ribelli barbuti di Camilo, non più di cinquecento, e dall'altra
ventimila soldati fra generali, colonnelli, maggiori, capitani, caporali, sergenti e soldati
semplici. Quando arrivammo, si misero tutti sull'attenti. A vedere quello spettacolo, c'era da
scoppiare a ridere. Nell'ufficio del comandante si trovava Camilo, con la sua barba romantica
e la sua faccia da Cristo, che, gli stivali sul pavimento e i piedi appoggiati sulla
scrivania, riceveva sua eccellenza l'ambasciatore degli Stati Uniti.
Senza ritorno:
Per Borrego fu molto difficile accettare l'imminente partenza del Che, e per questo
durante gli ultimi giorni cercava di passare quanto più tempo possibile con l'amico
Faceva viaggi frequenti alla casa di Pinar del Rio, insieme ad Aleida che si fermava per i
fine settimana e cucinava per tutti. Borrego lo accompagnò anche per l'ultima
trasformazione, dove insieme all'applicazione delle solite protesi boccali che gli
conferivano un certo gonfiore, il Che si sarebbe fatto togliere parecchi capelli per
sembrare un signore di mezza età dalla calvizie inicipiente.
Borrego gli sedeva accanto
mentre un barbiere strappava i capelli uno alla volta. Quando il Che non riusciva a sopportare
il dolore e urlava, Borrego saltava su e intimava al barbiere di «andarci piano»,
ma il Che gli sbraitava di «uscire di lì»; i capelli dovevano essere
strappati alla radice per apparire calvo e il dolore era una cosa che doveva
sopportare da solo.
Brani tratti da "Che Guevara Una vita rivoluzionaria"
di Jon Lee Anderson - edizioni Biblioteca di Repubblica.
L'ultima marcia della Resistenza
di Hebe de Bonafini.
Fondatrice dell'associazione delle Madri di Plaza de Mayo
Compagni, care madri, compagne, amici tutti che siete venuti da altri paesi per
stare con noi, tutti voi che siete venuti da altre città per accompagnarci, per
sentire come vostra questa piazza, questa piazza dove abitano i nostri figli.
Nel mese di settembre abbiamo preso una decisione che nessuno ha ascoltato, ma che noi
Madri abbiamo diffuso attraverso Internet: non faremo più la Marcia della Resistenza
perchè il nemico oggi non occupa più il Palazzo di Governo.
Il nemico oggi è
nelle multinazionali, il nemico è l'imperialismo, il nemico è Menem, sono coloro
che hanno tradito, i mafiosi come Duhalde. I nemici oggi sono altrove. Quando noi Madri
abbiamo preso questa decisione a settembre, sapevamo che avrebbe suscitato polemiche.
Le stesse polemiche del 1981, quando ci dissero di noon usare la parola "resistenza"
perchè era pericolosa con la dittatura. E ci fu qualcuno che ebbe il coraggio di
suggerire: «Dobbiamo mandare una persona intelligente dalla Madri per spiegare loro
che cosa vuol dire resistere». E noi abbiamo risposto: «Resistere ha un solo
significato che è resistere davanti al nemico stoicamente, senza abbassare la testa».
Voi sapete, compagni, che i giovedì devono continuare perchè dobbiamo ottenere
ancora molte cose. Noi Madri pensiamo che questo è il momento di costruire. Non tutto
va male nè tutto è perfetto, ma sitamo vivendo un momento storico unico nel nostro
paese, con questo Presidente, e nell'America Latina. Non possiamo sprecarlo. E' un momento
unico. Dobbiamo costruire una patria più libera e più giusta. Come diceva un
compagno dobbiamo recuperare le nostre industrie. Non è vero che erano in perdita.
Mio marito era un operaio della YPF, e gli operai, oltre alla tredicesima, alle ferie e a
un buon salario, riscuotevano due volte all'anno una partecipazione agli utili. Chi lo
die che le industrie di Stato sono in perdita? Solo quei mascalzoni che le hanno vendute o
regalate (...) Qui abbiamo combattuto in molti modi, ma noi Madri da 28 lunghi anni, da 1500
giovedì non abbiamo mai pensato che la vittoria fosse dietro l'angolo.
A volte la vittoria
è lontana, eppure non bisogna smettere di lottare nemmeno per un'ora. Questo non è il
ritrovo settimanale di un comitato, o di un quartiere, o un apuntamento per cenare insieme.
Questa è una lotta quotidiana, senza un centesimo di ricompensa. Un rivoluzionario
non può farsi pagare per combattere, deve lavorare come può e poi investire tutto
ciò che possiede per liberare il suo popolo, che vuol dire liberare i propri figli, i
nipoti. Non possiamo lasciare alle future generazioni un paese dove torni a scorrere il
sangue. Per questo il momento è unico. per questo non faremo più la Marcia della
Resistenza ma continueremo a combattere per le cose che vogliamo. Stiamo chiedendo al
Presidente di fare qualcosa per i bambini. nessun bambino può andare a scuola a studiare
se ha fame. E questo non smettiamo di pretenderlo. le fabbriche occupate e produttive
devono restare in mano ai lavoratori. Non ce ne staremo zitte, non ce ne staremo buone, non
vogliamo dimenticare, non vogliamo perdonare, ma continueremo ad ascoltare questa brezza che
sta soffiando, queste voci dei figli che ci hanno insegnato che cosa è il socialismo.
Il socialismo che è arrivato dapprima portato dall'amato e carissimo popolo cubano e
da Fidel. Viva Fidel ! Viva Chávez! Viva Lula! Viva Evo Morales Viva el Comandante
Chávez! Viva Kirchner! Viva Tabaré, compagni ! Hasta siempre.
di Hebe de Bonafini - tratto dalla rivista
Latinoamerica di Gianni Miná
Tupac Amaru II
Tupac Amaru bussa al portone, e quando gli viene aperto entra da solo. Il coregidor
Antonio Arriaga lo affronta con l'arroganza usuale. Gli intima di pagare i debiti per le
merci che avrebbe dovuto assegnare ai "suoi" indios, quelli che lavorano nelle terre da lui
controllate in qualità di cacicco. "I debiti di cui parlate non li ho mai contratti"
risponde con voce pacata ma ferma Tupac Amaru. "la ripartizione delle merci da voi imposta
è iniqua, se l'avessi effettuata quelle genti ora sarebbero alla rovina.
E io non ho
alcuna intenzione di diventare lo strumento della vostra intollerabile corruzione". Il
corregidor avvampa d'ira, alza il frustino e fa il gesto di colpirlo. Tupac Amaru
resta impassibile. Il curato tenta di mettera pace tra i due, ma Antonio Arriaga lo spinge
da parte senza troppi riguardi, e urla: "Ascoltami bene, Josè Gabriel Condorcanqui,
abbiamo avuto troppa pazienza con voi, ma la misura è colma! Revoco qualsiasi potere
abbiate ereditato da vostro padre, non siete più cacicco e pertanto consegnatemi la
spada e quel ridicolo medaglione. Vi concedo ventiquattr'ore per pagare i tributi e regolare
ogni altra pendenza, in caso contrario sarete impiccato; e stessa sorte spetterà
a vostra moglie e alla stirpe con lei procreata". Il corregidor tende
la mano in attesa che gli venga consegnata la sciabola.
Tupac Amaru la sguaina lentamente
ma quando la lama è libera dal forero, con uno scatto la punta alla gola di Antonio
Arriaga e dice, senza alzare la voce: "Ero venuto con le migliori intenzioni, speravo
di trovare una soluzione, ma conoscendovi ho preso le mie precauzioni. Adesso seguitemi
senza azzardarvi a fiatare o vi stacco la testa dal collo".
brano tratto da "Ribelli!" di Pino Cacucci
Editrice Universale Economica Feltrinelli.
Cuba, Fidel e il dialogo impossibile sul "caballo mistico":
Sul dibattito su Cuba, è sorprendente come sia difficile per molti non prendere partito in
maniera estrema. L'esperienza della rivoluzione cubana è così articolata e così
intimamente legata
alla storia del continente degli ultimi cinquant'anni che non può esservene disgiunta. Ebbene,
chi scrive esprime, rispetto alla rivoluzione cubana, un giudizio "articolatamente positivo". Vale
a dire che ne vede perfettamente le ombre -e se d'uopo ne scrive- ma non può fare finta, come
fanno in troppi che sanno stare in società, che non ci siano anche le luci. Tra queste il
fatto che Cuba negli ultimi 17 anni sia uscita dalla schiavitù della monocoltura, problema che
non aveva neanche iniziato a risolvere al tempo del rapporto privilegiato con l'Unione Sovietica.
E' utile dibattere su Cuba con chi ne ha un'opinione "articolatamente negativa", ovvero che
considera che la mancanza di libertà formali pesi sulla bilancia più di alcune non
negabili conquiste. Sono problemi ai quali non si può essere insensibili. Il problema
fondamentale in quest'ambito è quello su quale tipo di opportunità sociali vengono
privilegiate. Cuba non ha risolto il problema, tipico dei regimi socialisti, di non sapere offrire
abbastanza opportunità/libertà ai giovani adulti, che pure ha opportunamente preparato.
Ma Cuba ha pur sempre offerto ai propri cittadini una base di partenza di diritti che il
capitalismo non sa e non vuole garantire.
Le società affluenti, sotto il fondamentalismo neoliberale,
si stanno rapidamente trasformando da
"società dei due terzi" (due terzi inclusi, un terzo esclusi) in "società del terzo",
dove solo un terzo della popolazione vive bene e gli altri due terzi si arrabatta nella
precarietà e nell'incertezza. Moltissimi tra gli esclusi vengono scartati già alla nascita, o perchè moriranno di mortalità infantile, o perchè per classe sociale non
peseranno sullo stato,
studieranno poco, lavoreranno poco e male, non arriveranno mai alla pensione. L'esclusione in
entrata facilita moltissimo le cose in una società capitalista.
L'utopia cubana è stata quella di non escludere nessuno. Ma se nessuno è escluso tutti
pesano sulla società. Cuba, con i suoi dati su mortalità infantile, salute,
scolarità ha vinto una grande battaglia. L'ha vinta al prezzo di perdere spesso
la battaglia della soddisfazione personale da adulti, delle opportunità/libertà
da offrire ai giovani adulti, dell'impossibilità di soddisfare per tutti desideri
di consumo che non sono necessariamente sinonimi di consumismo.
Ma tra il 46% di bambini denutriti in Guatemala e il virtuale zero di Cuba, come è possibile
non valutare positivamente l'opportunità alla nascita che il socialismo cubano è
riuscito a garantire ai propri cittadini e che il capitalismo non si preoccupa di dare?
Allo stesso modo, di fronte a quell'8.7% di PIL speso in educazione, che secondo dati
del CEPAL è il dato più alto del continente e forse del mondo, come si può
avere una valutazione SOLO negativa?
E' interessante sempre dialogare con chi è in grado di articolare il discorso sull'isola, molto
di più di quanto sia interessante dialogarne con chi ha una visione "acriticamente positiva"
del processo cubano. E' invece difficile dialogare con chi ha un'opinione "negativa a prescindere"
fino a dare credito perfino alle veline di Washington. Con chi parla di "gerontocrazia" poi è
inutile spendere un secondo, giacchè o non sa neanche dov'è Cuba o è
davvero in malafede.
Gerontocrazia è l'Italia, non Cuba. Si scandalizzano degli 80 anni di Fidel ma Napolitano ne
ha 81 e Berlusconi finirà la legislatura con 74 anni. Con la differenza che a Cuba la
metà della classe dirigente, ministri... ha meno di 40 anni, e da noi a 40 anni quelli che
hanno le capacità per essere classe dirigente spesso fanno ancora i pony express.
Sarà democratico così, ma è uno spreco di risorse umane almeno quanto è
frustrante quando a Cuba si vede un laureato fare l'ascensorista.
Chi scrive ha conosciuto posti, è entrato in case, dove sotto il fondamentalismo neoliberale
sono morti bambini di fame, a Bella Uniòn, a Tucumàn... ho passato mesi e mesi della mia
vita in posti dove di fatto non esisteva circolante, come nel pauperrimo Maranhão in Brasile,
dove i bambini vanno a caccia di coccodrilli per fame e... qualche volta vince la fame dei
coccodrilli. Sarebbe bene organizzare gite scolastiche a far vedere come funziona il capitalismo
reale in America Latina ed inserirlo come elemento di valutazione per giudicare la resistenza dei
cubani.
Cuba, in termini materiali, ha poco o nulla di buono da offrire ad uno svedese o a un belga e alla
maggioranza o quasi totalità degli italiani. Ma Cuba è un paradiso terrestre per chi
è nato a Renca, a Santiago, o al Cerro di Montevideo o alla Rocinha di Rìo de Janeiro.
Al Maciel, lo storico ospedale pubblico della città vecchia di Montevideo,
ho assistito una persona ricoverata in condizioni infraumane perchè aveva avuto la sfortuna di
ammalarsi nell'unico mese della sua vita nella quale non aveva potuto pagare i 100 dollari di
"sociedad medica", l'assistenza medica privata di fatto obbligatoria. Aveva pagato
ininterrottamente per 22 anni, ma quel solo sgarro era bastato per spedirla all'inferno.
Non aveva diritto a nulla. A Cuba si vivevano i giorni più duri del periodo speciale, e i
nostri giornali pontificavano sul fatto che negli ospedali mancassero medicine e filo per suturare.
Ricordo ancora la dottoressa del Maciel che mi mostrò gli scaffali degli ambulatori
completamente vuoti. In piena democrazia liberale non c'erano medicine, anestetici, nè
fili di sutura al Maciel. Esattamente come a Cuba. Ma per denunciare Fidel Castro si riempivano le
pagine mentre per denunciare Julio Marìa Sanguinetti non si sprecava neanche una riga.
Adesso, dieci anni dopo, Cuba esporta medicine, mentre al Maciel quegli scaffali continuano a
restare vuoti e chi non ha i soldi per pagare continua a morire. Quale dei due sistemi è
ingessato? Quale è più vitale?
Un altro argomento degli "anticubani a prescindere" che non convince è quello per il quale
sarebbe razzista pensare che i cubani non debbano beneficiare di diritti dei quali beneficiano gli
europei.
Avrebbero ragione se si scandalizzassero della stessa maniera per la ben più estesa mancanza
di diritti di chi nasce in una Villa Miseria del Gran Buenos Aires. L'Avana, come Catia di Caracas
o il Callao di Lima non è Stoccolma. Ma tra l'essere un lumpen a Bogotà e l'essere un
cittadino all'Avana cosa scegliereste? Rispetto a questa elementare considerazione vengono in mente
quelli che credono nella reincarnazione. Tutti credono di essere stati in un'altra vita principesse
o cavalieri erranti. Se ne incontrasse mai uno che in un'altra vita è stato un minatore, uno
schiavo, un bracciante! Fuori dal faceto: il vero dramma dell'America Latina è stato la
cronica incapacità di trasformare la democrazia formale in democrazia sostanziale.
Molti anticubani a prescindere (non tutti) considerano la violenza endemica -sociale, politica,
economica- imposta dal capitalismo come parte dell'ordine naturale delle cose e la considerano di
per se stessa se non desiderabile almeno accettabile. Normale. Al contrario considerano
intollerabile la situazione cubana in quanto rottura di un ordine -quello capitalista e
liberaldemocratico- che si vorrebbe di natura. Quando Pablo canta "no vivo en una sociedad
perfecta" probabilmente risponde proprio a questa obiezione. A Cuba si esige che sia perfetta
perchè ha osato sfidare l'ordine naturale delle cose, mentre la società capitalista
può essere così imperfetta perchè risponde a un ordine naturale.
Mesi fa un'informativa dei servizi segreti britannici -non chiedetemi di cercarla,
piuttosto non credetemi- affermava che Cuba è il quinto paese meno corrotto al mondo.
Bell'elemento di dibattito! Certo che Cuba non è perfetta, ma i politici italiani
-Bertinotti in primo luogo- così scandalizzati dal "fallimento" della Rivoluzione cubana,
appaiono meno scandalizzati dalla bancarotta etica della Repubblica italiana che è
sotto gli occhi di tutti.
Glenda Alfonso Castillo, (ne scrissi qui), medico di Barrio Adentro in Venezuela, mi raccontava
dell'esperienza in Guatemala dove è rimasta per mesi con i superstiti dell'uragano dell'anno
scorso che ha fatto decine di migliaia di morti nel silenzio dei media mondiali che guardavano solo
a Nuova Orleans. Mi raccontava che i suoi assistiti erano tutti analfabeti e che perfino i
latifondisti del posto non avevano più della seconda o terza elementare. Confrontava tale
esperienza con la propria, discendente di schiavi, nipote di tagliatori di canna, sua madre
prima e oggi lei e i suoi fratelli, oggi sua figlia, hanno avuto dalla Rivoluzione la
possibilità di studiare e laurearsi ed avere un avvenire incomparabilmente migliore che se la
Rivoluzione non ci fosse stata. La difficoltà materiale di vivere a Cuba è grande e lei
ne è cosciente. Ma sa che non è con il tenore di vita di una dottoressa Glenda di
Stoccolma con la quale deve confrontare il proprio tenore di vita. Deve confrontare il suo tenore
di vita, quello della discendente di schiavi, tra quello che avrebbe avuto senza la Rivoluzione e
quello che ha con la Rivoluzione. E non ha dubbi.
Articolo di Gennaro Carotenuto, Studioso di politica internazionale,
dei regimi dittatoriali e di storia contemporanea dell'America Latina.
http://www.gennarocarotenuto.it
Bambini di strada di: Alessio Mannucci
Il fenomeno dei "niños de la calle", i bambini di strada, in Sudamerica è enorme:
basti pensare che dei 96 milioni di persone che vivono in povertà estrema in America
Latina e ai Caraibi, 41 milioni sono minori sotto i 12 anni e 15 milioni adolescenti
tra i 13 e i 19 anni. Dall'America Latina, l'abbandono dei minori si ? esteso all'Africa,
Asia, Europa e perfino al Nord America e Australia.
In tutto il mondo sono stimati essere circa 150 milioni.
La maggior parte sopravvive chiedendo l'elemosina, vendendo periodici, lustrando scarpe,
rubando o prostituendosi. Molti consumano droga o inalano colla come unica via di fuga
da una realtà in cui sembrano invisibili. Una realtà fatta di violenze subite dalla
Polizia, di abusi sessuali (a pagamento e non), e della indifferenza di tutti quelli
che camminano sulla strada dove sopravvivono.
A Santo Domingo de los Colorados, in Ecuador, i "niños gomeros" hanno sempre con sè
una sostanza gialla, contenuta in una bottiglietta o in un sacchetto di plastica,
che aspirano quasi ventiquattro ore al giorno. Si tratta di comune colla per scarpe
(volgarmente chiamata "goma", da cui "gomeros") in vendita in qualsiasi ferramenta
a soli ottanta centesimi di dollaro, ossia meno di un piatto di cibo. I danni
causati da questa droga sono irreversibili a livello celebrale e possono anche
condurre alla morte improvvisa. Tuttavia, per i niños gomeros,
la colla nella strada è l'unico compagno fedele.
I ninos de la calle si danno alla strada fin dalla più tenera età per sfuggire
a situazioni familiari insostenibili fatte di alcoolismo, abusi sessuali e/o criminalità;
una volta in strada, accolti da una polizia che li punisce con interventi estremamente
pesanti e arbitrari (da fare rabbrividire qualsiasi organizzazione di tutela dei diritti umani),
e da procacciatori di affari sporchi che arrivano addirittura ad abusare di loro
sessualmente per un dollaro; di fronte al freddo, ai crampi della fame, all'indifferenza
della gente, davanti ad un futuro senza prospettive, la goma diventa l'unico
loro ?svago?.
Per molti dei volontari che hanno operato a contatto con questi bambini, il loro
recupero appare impossibile. In Guatemala, nel 2005, venne fuori che gli ufficiali
di polizia e delle forze di sicurezza torturavano i niños de la calle:
li pestavano a mani nude o con dei bastoni.
"Gli agenti di polizia si divertono con noi, ma preferiscono le ragazze.
Loro le violentano" racconta Carlos, un ragazzo di strada del Guatemala -
ne abusano sia nelle prigioni che per strada, dietro minaccia di arresto.
Ho visto tante giovani donne sottomettersi a loro per evitare di essere portate dentro.
Una di otto anni mi ha confidato che un agente le ha chiesto di poterla guardare nuda in cambio
della libertà... a volte ci fermano e ci bruciano le mani con le sigarette.
A me hanno gettato del solvente addosso e mi hanno picchiato. Solo perchè non avevo soldi da
dargli. Adesso, Carlos è aiutato da Casa Alianza Guatemala, che raccoglie e sostiene
i niños de la calle con un apposito programma umanitario.
"I poliziotti ci lasciano andare solo se andiamo a letto con loro" racconta Carminia,
una ragazza di strada cresciuta in una zona agricola con i suoi genitori adottivi
(la matrigna la malmenava, il patrigno la violentava) - lo fai, e basta. La paura
è troppa. Altrimenti trovano un modo qualsiasi per incastrarci: magari ci
nascondono un pò di marijuana nelle tasche e per noi è il carcere..
la tortura è quando prendono uno di noi, se lo portano lontano lontano,
lo bruciano vivo o gli strappano un orecchio o cose del genere.
Alcuni dei miei amici li hanno perfino uccisi. Dopo averli torturati però.
Ad uno gli hanno cavato gli occhi, strappate le orecchie e poi finito a colpi di macete.
Questa è la tortura per noi, niños de la calle.
Articolo tratto da: http://www.ecplanet.com/
Fonti:
Origine delle immagini: www.flickr.com e
Wikipedia l'enciclopedia libera
http://www.fisciano.com
La vignetta è di Milo Manara, ed è
tratta dal racconto:
H.P. e Giuseppe Bergman
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Cohiba:
C'é, in un'isola lontana, una favola cubana
che vorrei tu conoscessi almeno un po' C'é, un'ipotesi migliore,
per cui battersi e morire e non credere a chi dice di no
perché c'é C'é un profumo inebriante
che dall'Africa alle Ande ti racconta di tabacco e caffé

C'é una voce chiara ed argentina, che fu fuoco e medicina
come adesso é amore e rabbia per me C'é, tra le nuvole di un sigaro,
la voce di uno zingaro che un giorno di gennaio gridó
C'é, o almeno credo ci sia stato, un fedelissimo soldato
che per sempre quella voce cercó e che diceva Venceremos adelante
o victoria o muerte Venceremos adelante o victoria o muerte
C'é, se vai ben oltre l'apparenza, un'impossibile coerenza
che vorrei tu ricordassi almeno un po' C'é una storia che oramai é leggenda,
e che potrà sembrarti finta e invece é l'unica certezza che ho
C'erano dei porci in una baia, armi contro la miseria
solo che quel giorno il vento cambió
C'era un uomo troppo spesso solo, e ora resta solo un viso
che milioni di bandiere guidó
e che diceva Venceremos adelante o victoria o muerte Venceremos adelante
o victoria o muerte L'america ci guarda non proprio con affetto
apparentemente placida ci osserva ma in fondo, lo sospetto
che l'america, l'america ha paura altrimenti non si spiega come faccia
a vedere in uno stato in miniatura questa orribile minaccia por esto
Venceremos adelante o victoria o muerte Venceremos adelante o victoria o muerte
Cohiba - Daniele Silvestri
Santiago del Cile, 11 settembre 1973
7.55, "Radio Corporaciòn"
Cittadini cileni, parla il Presidente della Repubblica dal palazzo della
Moneda.
Viene segnalato da informazioni certe che un settore della marina avrebbe isolato Valparaiso
e che la città sarebbe stata occupata.
Ciò rappresenta una sollevazione contro il Governo, Governo legittimamente costituito,
Governo sostenuto dalla legge e dalla volontà del cittadino. In queste circostanze,
mi rivolgo a tutti i lavoratori.
Occupate i vostri posti di lavoro, recatevi nelle vostre fabbriche,
mantenete la calma e la serenit?.
Fino ad ora a Santiago non ha avuto luogo nessun movimento straordinario
di truppe e, secondo quanto mi è stato comunicato dal capo della
Guarnigione, la situazione nelle caserme di Santiago sarebbe normale.
In ogni caso io sono qui, nel Palazzo del Governo, e ci resterò per
difendere il Governo che rappresento per volontà del Popolo.
Ciò che desidero, essenzialmente, è che i lavoratori stiano attenti,
vigili, e che evitino provocazioni. Come prima tappa dobbiamo attendere la risposta,
che spero sia positiva, dei soldati della Patria, che hanno giurato di difendere il regime
costituito, espressione della volontà cittadina, e che terranno fede alla dottrina
che diede prestigio al Cile, prestigio che continua a dargli la professionalità delle Forze
Armate. In queste circostanze, nutro la certezza che i soldati sapranno tener fede ai
loro obblighi.

Comunque, il popolo e i lavoratori, fondamentalmente, devono rimanere
pronti alla mobilitazione, ma nei loro posti di lavoro, ascoltando
l'appello e le istruzioni che potrà lanciare loro il compagno Presidente della
Repubblica.
Lavoratori del Cile:
Vi parla il Presidente della Repubblica. Le notizie che ci sono giunte fino ad ora ci rivelano
l'esistenza di un'insurrezione della Marina nella Provincia di Valparaiso. Ho dato ordine alle
truppe dell'Esercito di dirigersi a Valparaiso per soffocare il tentativo golpista.
Devono aspettare le istruzioni emanate dalla Presidenza. State sicuri che il Presidente
rimarrà nel Palazzo della Moneta per difendere il Governo dei Lavoratori.
State certi che farò rispettare la volontà del popolo che mi ha affidato
il comando della nazione fino al 4 novembre 1976. Dovete rimanere vigili
nei vostri posti di lavoro in attesa di mie informazioni.
Le forze leali rispettose del giuramento fatto alle autorità, insieme ai
lavoratori organizzati, schiacceranno il golpe fascista che minaccia la
Patria.
Compagni in ascolto:
La situazione è critica, siamo in presenza di un colpo di Stato che vede
coinvolta la maggioranza delle Forze Armate. In questo momento infausto
voglio ricordarvi alcune delle mie parole pronunciate nell'anno 1971, ve
lo dico con calma, con assoluta tranquillità, io non ho la stoffa
dell'apostolo nè del messia. Non mi sento un martire, sono un lottatore
sociale che tiene fede al compito che il popolo gli ha dato.
Ma stiano sicuri coloro che vogliono far regredire la storia e
disconoscere la volontà maggioritaria del Cile; pur non essendo un
martire, non retrocederà di un passo.
Che lo sappiano, che lo sentano, che se lo mettano in testa: lascerò la
Moneda nel momento in cui porterò a termine il mandato che il popolo mi
ha dato, difenderò questa rivoluzione cilena e difenderò il Governo
perchè è il mandato che il popolo mi ha affidato.
Non ho alternative. Solo crivellandomi di colpi potranno fermare la
volontà volta a portare a termine il programma del popolo.
Se mi assassinano, il popolo seguirà la sua strada, seguirà il suo
cammino, con la differenza forse che le cose saranno molto più dure,
molto più violente, perchè il fatto che questa gente non si fermi
davanti a nulla sarà una lezione oggettiva molto chiara per le masse.
Io avevo messo in conto questa possibilità, non la offro nè la facilito.
Il processo sociale non scomparirà se scompare un dirigente.
Potrà ritardare, potrà prolungarsi, ma alla fine non potrà fermarsi.
Compagni, rimanete attenti alle informazioni nei vostri posti di lavoro,
il compagno Presidente non abbandonerà il suo popolo nè il suo posto di
lavoro.
Rimarrò qui nella Moneda anche a costo della mia propria vita.
In questi momenti passano gli aerei. Potrebbero mitragliarci. Ma
sappiate che noi siamo qui, almeno con il nostro esempio, che in questo
paese ci sono uomini che sanno tener fede ai loro obblighi. Io lo farò
su mandato del popolo e su mandato cosciente di un Presidente che ha
dignità dell'incarico assegnatogli dal popolo in elezioni libere e
democratiche. In nome dei più sacri interessi del popolo, in nome della
Patria, mi appello a voi per dirvi di avere fede.
La storia non si ferma nè con la repressione nè con il crimine. Questa è
una tappa che sarà superata. Questo è un momento duro e difficile: è
possibile che ci schiaccino.
Ma il domani sarà del popolo, sarà dei lavoratori.
L'umanità avanza verso la conquista di una vita migliore.
Pagherò con la vita la difesa dei principi cari a questa Patria.
Coloro i quali non hanno rispettato i loro impegni saranno coperti di
vergogna per essere venuti meno alla parola data e ad aver rotto la dottrina
delle Forze Armate. Il popolo deve stare in allerta e vigile.
Non deve lasciarsi provocare, nè deve lasciarsi massacrare, ma deve
anche difendere le proprie conquiste.
Deve difendere il diritto a costruire con il proprio sforzo una vita
degna e migliore.
Sicuramente questa sarà l'ultima opportunità in cui posso rivolgermi a
voi. La Forza Aerea ha bombardato le antenne di Radio Magallanes.
Le mie parole non contengono amarezza bensì disinganno. Che siano esse
un castigo morale per coloro che hanno tradito il giuramento: soldati
del Cile, comandanti in capo titolari, l'ammiraglio Merino, che si è
autodesignato comandante dell'Armata, oltre al signor Mendoza, vile
generale che solo ieri manifestava fedeltà e lealtà al Governo, e che si
è anche autonominato Direttore Generale dei carabinieri.
Di fronte a questi fatti non mi resta che dire ai lavoratori: Non rinuncerò!
Trovandomi in questa tappa della storia, pagherò con la vita la lealtà
al popolo. E vi dico con certezza che il seme affidato alla coscienza
degna di migliaia di Cileni, non potrà essere estirpato completamente.
Hanno la forza, potranno sottometterci, ma i processi sociali non si
fermano nè con il crimine nè con la forza.
La storia è nostra e la fanno i popoli.
Lavoratori della mia Patria: voglio ringraziarvi per la lealtà che avete
sempre avuto, per la fiducia che avete sempre riservato ad un uomo che
fu solo interprete di un grande desiderio di giustizia, che giurò di
rispettare la Costituzione e la Legge, e cosi fece. In questo momento
conclusivo, l'ultimo in cui posso rivolgermi a voi, voglio che traiate
insegnamento dalla lezione: il capitale straniero, l'imperialismo, uniti
alla reazione, crearono il clima affinchè le Forze Armate rompessero la
tradizione, quella che gli insegnò il generale Schneider e riaffermò il
comandante Ayala, vittime dello stesso settore sociale che oggi starà
aspettando, con aiuto straniero, di riconquistare il potere per
continuare a difendere i loro profitti e i loro privilegi.
Mi rivolgo a voi, soprattutto alla modesta donna della nostra terra,
alla contadina che credette in noi, alla madre che seppe della nostra
preoccupazione per i bambini. Mi rivolgo ai professionisti della Patria,
ai professionisti patrioti che continuarono a lavorare contro la
sedizione auspicata dalle associazioni di professionisti, dalle
associazioni classiste che difesero anche i vantaggi di una società
capitalista.
Mi rivolgo alla gioventù, a quelli che cantarono e si abbandonarono
all'allegria e allo spirito di lotta. Mi rivolgo all'uomo del Cile,
all'operaio, al contadino, all'intellettuale, a quelli che saranno
perseguitati, perchè nel nostro paese il fascismo ha fatto la sua
comparsa già da qualche tempo; negli attentati terroristi, facendo
saltare i ponti, tagliando le linee ferroviarie, distruggendo gli
oleodotti e i gasdotti, nel silenzio di coloro che avevano l'obbligo di
procedere. Erano d'accordo.
La storia li giudicherà.
Sicuramente Radio Magallanes sarà zittita e il metallo tranquillo della
mia voce non vi giungerà più.
Non importa. Continuerete a sentirla. Starà sempre insieme a voi.
Perlomeno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno che fu leale con
la Patria.
Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi. Il popolo non deve farsi
annientare nè crivellare, ma non può nemmeno umiliarsi.
Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino.
Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il
tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si
apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l'uomo libero, per
costruire una società migliore.
Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!
Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non
sarà invano, sono certo che, almeno, sarà una lezione morale che
castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento.
Santiago del Cile, 11 Settembre 1973.
Le ultime parole di Salvador Allende al popolo cileno prima che si compisse
il colpo di Stato di Pinochet.
Meninos de Rua
In Brasile, sono 7 milioni i bambini che vivono in strada. In media quattro di essi
sono assassinati ogni giorno da gruppi di sterminio o dalla polizia. La situazione sociale e
politica del Paese e l'esistenza di una riforma agraria varata ma mai decollata spiegano
l'inurbamento che, in pochi anni, ha creato nelle grandi città quartieri ghetto
dove si vive appena al di sopra del limite di sopravvivenza, dove il crimine dilaga tra
l'indifferenza generale. Dei 7 milioni di bambini di strada che devono sopravvivere,
almeno due si prostituiscono, gli altri si arrangiano con ogni tipo di lavoro, con furti e droga.
Il loro comportamento è gravemente antisociale, risentito, diffidente e
la società si difende spesso uccidendolo.
I "meninos de rua" diventano così un problema che va risolto.
Solo negli ultimi 5 anni, secondo i dati della Commissione parlamentare di indagine
sulla violenza contro i minori, sono stati 16.414 i bambini di strada assassinati
dagli squadroni della morte. Le "meninas" della Praca da Se' di San Paolo vivono ogni
giorno e ogni notte nel crescente terrore di essere ammazzate tutte insieme in un
massacro peggiore di quello di Rio de Janeiro. Una ragazzina che ora ha 16 anni ha
avuto un bambino da un poliziotto: non si è neppure accorta di essere stata
violentata perchè il poliziotto prima l'ha addormentata col gas.
Solo per il 10% dei delitti e delle violenze su di loro si apre un'inchiesta,
sostiene Mario Volpi, responsabile del Movimento Nacional de Meninos e Meninas de Rua
che da anni si batte per la difesa dei diritti dei ragazzi e l'autorganizzazione
dei minori in Brasile. Secondo Volpi, la violenza su bambini in Brasile non è
solo quella commessa dai poliziotti, dai "gruppi di sterminio" finanziati
da commercianti e industriali o dai "gruppi di giustizieri" che controllano
il traffico di droga, ma anche lo sfruttamento del lavoro minorile: -I bambini resi schiavi,
segregati nei postriboli o costretti a lavorare nell'acqua nelle miniere per estrarre l'oro -
sostiene Volpi - in Brasile sono molto più numerosi dei bambini di strada,
ma non si vedono, non danno fastidio e la società civile li tollera -.
Le Nazioni Unite stimano che non meno di 500.000 bambini e bambine in Brasile
siano vittime di abusi sessuali. In alcune parti del paese, specie nel nordest,
la maggiorparte dei crimini sessuali contro bambini e adolescenti non sono investigati
perchè sono coinvolti rappresentanti della giustizia.
Nel 1992, membri del Congresso Nazionale diedero vita ad una commissione parlamentare
che scoprì, tra gli altri, il coinvolgimento di ufficiali della polizia.
Nel 2003, la polizia sorprese a Porto Ferreira (Sao Paulo) dei consiglieri
mentre stavano facendo sesso di gruppo con minori tra gli 11 e i 16 anni.
Nel Luglio del 2004, la commissione ha scoperto che centinaia di politici,
giudici, uomini d'affari, partecipavano ad abusi sessuali su minori,
inclusi quelli su bambine incinte. Tra i vari coinvolti, il vice-governatore
dell'Amazzonia aveva messo su un traffico di prostituzione minorile che reclutava
ragazzine di 16 anni.
Articolo tratto da: http://www.ecplanet.com/
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