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ComPa 2007
Intervento al Compa 2007 Bologna - podcast
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Se non vuoi un uomo infelice per motivi politici, non presentargli mai i due aspetti di un problema, o lo tormenterai; dagliene uno solo; meglio ancora, non proporgliene nessuno.
Fahrenheit 451 di Ray Bradbury
Oscar Mondadori





Domenico Azzari e la Signora Giacinta
La Signora Giacinta era una donna notevole, non solo per la sua bellezza e grazia, ma anche per la sua cultura notevole di donna vera. Questa era la chiave che Domenico Azzari, uno dei primi contatti italiani degli alleati paracadutati dietro le linee nemiche, utilizzava per cifrare i messaggi da inviare agli americani mediante la ricetrasmittente. L'8 settembre del 1943 Domenico si trova al Porto di Napoli come sergente Radio Telegrafista. Di sicuro egli sa soltanto che non avrebbe mai combattuto per i tedeschi. Cerca di nascondersi e tornare a casa, ma viene catturato e portato in un campo dove erano già presenti migliaia di soldati italiani. Riesce fortunosamente a scappare e si dirige a sud alla ricerca delle truppe americane che lo accolgono e gli chiedono di collaborare aiutando i partigiani da dietro le linee nemiche.


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Il Colonnello anarchico
Osservando in foto e filmati d'epoca i volontari diretti al fronte, che sfilano per le vie di Barcellona, colpisce veramente il fatto che essi non hanno niente che ricordi un esercito tradizionale. Sono aboliti il saluto militare, la gerarchia, i gradi, e ovviamente la divisa, da molti sostituita dal "mono", la tuta da operaio nei suoi diversi colori; ai piedi i più calzano le espadrillas, portano al collo fazzoletti rossi o rosso-neri e in testa le bustine miliziane ornate dai distintivi delle organizzazioni politiche cui appartengono

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Alberto Araldi (Paolo)
Paolo era entrato come volontario nei carabinieri e nel 1943 era proprio nella squadra politica, era esattamente nel gruppo di quegli agenti che dovevano perseguire i reati «politici». La sua sensibilità, e sue idee, il fatto che dopo la guerra fosse stato trattenuto nell'Arma contro la sua volontà facevano di lui una persona invece che aiutava i perseguitati politici.
Il suo comportamento ovviamente cominciò a destare dei sospetti nell'ambiente e così gli tesero una trappola.


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Il Clandestino di Mario Tobino
La Rosa era maestra elementare. Sapendosi brutta, se qualcuno si era interessato a lei, l'aveva disarmato con quei suoi modi che ricordavano i rovi. Insegnava alla scuola e dava lezioni. Inoltre sognava una società dove il bene avrebbe trionfato; gli intrighi, le meschinità, le corruzioni del denaro, estinti sul loro nascere; era sicura che una società così miracolosa era per sorgere, ogni ostacolo vinto con energico amore. «Dovresti andare dall'altra parte delle linee» disse Lorenzino vincendo un certo turbamento.
«Perchè?» domandò la Rosa.
«Per dire agli americani che qui a Medusa ci siamo noi; ci devono aiutare.»
La Rosa assunse un atteggiamento umile e disse:
«Che devo fare?»
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Noi siam nati chissà quando chissà dove - film
(...) Poco piu' di un anno fa, in una delle nostre continue peregrinazioni all'Istituto Storico, incontrammo Lodovico Muratori. Gli parlammo del film, all'epoca ancora in fase embrionale. La persona che ci trovammo davanti non era semplicemente Lodovico Muratori. Era il grande Comandante Muro, quello della battaglia del Monticello, quello che Lino Vescovi detto il Valoroso considerava un mito vivente. Essere il mito di un mito non deve essere facile. Nonostante il freddo tremendo e la pioggia battente, Muro conservava il suo aplomb e la sua postura eretta, a differenza di noi, piegati dal gelo. Questo non faceva che aumentare ai nostri occhi il rispetto per lui. La nostra idea di una resistenza 'umana' prima ancora che politica o economica o sociale gli piaque, e ci racconto' la sua esperienza. Disse che lui, giovane studente universitario, non sapendo niente di politica quando scappo' in montagna nell'estate del 1944, lo fece soprattutto per non doversi presentare a militare, e con la convinzione che in montagna avrebbe passato solo poche settimane probabilmente piacevoli, da momento che di li' a pochissimo sarebbero arrivati gli americani liberatori. Si sbagliava...
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Manfredo Bertini
Storia di un genio, un tecnico della fotografia che ha creato brevetti per la cinematografia, che ha lavorato con il grande Monicelli che si è fatto paracadutare a Pecorara dalla sua terra e qui ha perso la vita per la libertà

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La chiamavano Stalingrado d'Italia
Nei nostri giorni, con una classe dirigente alla quale non è rimasto più nulla per vergognarsi, leggere queste pagine è un viaggio nella memoria, il viaggio in un era quasi epica nella quale trovano ancora posto sindacalisti eroici e incorruttibili, parroci e lavoratori uniti nella solidarietà. In un brano dell'apertura del libro è scritto:

Il racconto che qui si svolge è di parte. La memoria comune a tutti e condivisa da tutti è un inganno colossale nella società duale dei dominanti e dei sottoposti. (...) e senza conflitto non c'è né rispetto né libertà, né democrazia né emancipazione.
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Vera Vassalle'



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