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ComPa 2007
Intervento al Compa 2007 Bologna - podcast
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Squarcio' uno dei pacchetti, versando gin sul pavimento, e si fece scoppiare una capsula porpora sotto il naso. La cobrotossina fece effetto come un vulcano a fuoco lento, che bolliva lungo la superficie del suo cervello (...) Il suo corpo era vetro fuso e melassa. Niente carne, niente ossa, solo un'effervescente massa di plasma, occhi fritti e genitali sciolti.
Metrofaga di Richard Hadrey
Shake Edizioni Underground





La battaglia del Monticello
Sono le 3:30 del 16 aprile 1945 al castello del Monticello. È una notte apparentemente calma, ma la tensione è palpabile nell'aria e fa presagire che qualcosa di imminente sta per scatenarsi. Trentadue partigiani si trovano nel castello, sono già stati avvertiti da una staffetta che i nazifascisti stanno per attaccare. Sono presenti anche civili della zona. Barba II (Cesare Annoni) e Luigi Cerri (Gino) sono appena stati a pattugliare la zona circostante con i loro uomini ed ora stanno all'erta. Romeo, in pattuglia con il suo gruppo, sente abbaiare dei cani in lontananza e poi vede tre luci che si spengono e si accendono a brevi intervalli; allarmato, spara subito un razzo rosso per avvisare i compagni (era il segnale convenuto). Purtroppo nessuno lo vede.


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Antonio Carini (Orsi)
La Rocca delle Caminate è un luogo triste nel marzo 1944, è una sede famigerata di un comando repubblichino. Dagli stanzoni di quel castello si levano urla fortissime di dolore. I partigiani, gli altri antifascisti e detenuti politici rabbrividiscono. Più tardi i repubblichini portano in giro un partigiano per tutte le celle per farlo vedere come ammonimento, è il cadavere ambulante come lo chiamano loro con scherno. Il cadavere ambulante è Antonio.
Antonio è stato torturato per giorni.


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Sergio Sichel, salvo per miracolo!
Sergio è in uno stanzone, insieme con altri 13 detenuti. Sono le 22, quando arriva un'ordine delle SS: «Preparatevi a partire!». Sergio non sa cosa pensare, ma non immagina un destino di morte imminente, dopo tutte le angherie subite dai fascisti. Da quando è stato arrestato (nel gennaio 1945) ha dovuto sopportare botte con nerbo di bue sulle gambe, botte che lasciavano ferite estese e sanguinanti ed ha dormito senza coperte sul cemento nudo in una stanza senza vetri alle finestre.


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La chiamavano Stalingrado d'Italia
Nei nostri giorni, con una classe dirigente alla quale non è rimasto più nulla per vergognarsi, leggere queste pagine è un viaggio nella memoria, il viaggio in un era quasi epica nella quale trovano ancora posto sindacalisti eroici e incorruttibili, parroci e lavoratori uniti nella solidarietà. In un brano dell'apertura del libro è scritto:

Il racconto che qui si svolge è di parte. La memoria comune a tutti e condivisa da tutti è un inganno colossale nella società duale dei dominanti e dei sottoposti. (...) e senza conflitto non c'è né rispetto né libertà, né democrazia né emancipazione.
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Giovanni Molinari
Giovanni Molinari e Carlo sono due fratelli, figli del vecchio Sindaco socialista di Fiorenzuola; hanno passato la giornata a salutare alcuni loro compagni socialisti che hanno deciso di emigrare in Francia non potendone più delle minacce dei fascisti. I due fratelli si fermano in un locale di Fiorenzuola e fanno una cantata in compagnia davanti ad un bicchiere di rosso. All'uscita trovano un gruppo di fascisti armati...


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Posso fare qualcosa per voi?
La mattina del 23 febbraio 1944 faceva freddo. Nevicava all'interno del carcere di Monza. I detenuti furono svegliati dal rumore di camion e di scarponi chiodati... era arrivato un reparto della Wehrmacht. Urlando e gridando i secondini aprirono con violenza le porte di alcune celle. Una dozzina di prigionieri furono tirati fuori con la forza. Urla, spinte, strattoni. Li fecero uscire nel piazzale... Furono messi in fila, uno accanto all'altro, con la faccia al muro e il cuore che batteva forte. Negli occhi iniziava a comparire la paura.


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Il Dott. Rinaldo Laudi (Dino)
A Rompeggio (una frazione di Ferriere) c'è molta neve, è il 6 gennaio 1944. Dino e i suoi compagni sono al sicuro, anche se Dino al sicuro non lo era stato proprio mai. Con quel suo continuo gironzolare per la provincia, incurante di correre gravi pericoli, per andare a curare partigiani e non, feriti e ospitati in casa di qualche famiglia o nascosti in rifugi di fortuna.
Dino curava i malati di cinque infermerie sparse per il territorio: Pentima di Groppo Arcelli, Scarniago, Bocchè di Mezzano Scotti, Rocca Pulzana di Pianello Valtidone e Pecorara insieme con altri medici (Ricci Oddi, Mezzadri, Bartoli, Nani, Torre, De Luca). Dino curava anche i malati che aveva fatto trasportare al Preventorio di Bramaiano di Bettola. Quel giorno qualcuno gli disse che Pietro Inzani (Aquila Nera) era ferito gravemente dopo un combattimento e che era nascosto da una famiglia a Canadello di Ferriere. Il Dottor Laudi non esita, parte a piedi con un metro di neve per raggiungere e curare il compagno a Canadello.
Non sappiamo se sia mai riuscito a incontrare Inzani per prestargli le prime cure, perchè viene catturato dai fascisti e portato a Bettola.


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Pierina Tavani, Stella

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Il cappotto di Picelli'



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